sabato 7 luglio 2012

Corso ECM FAD gratis SPRINGER


Corso ecm FAD:"Mezzo di contrasto e parametri di acquisizione in angio-TC: strategie di riduzione della dose."
5 crediti ECM

E' possibile iscriversi al corso al seguente link previo registrazione al sito:
http://www.imagingdiagnostico.it/scheda-corso-vanzulli.php


venerdì 6 luglio 2012

Ccsvi e sclerosi multipla

Vi invito a leggere questo interessante articolo sulla ccsvi.
Voi direte che cosa c'entra il Tsrm? Bene il Tsrm ha un ruolo importante durante gli interventi per la cura della ccsvi in quanto collabora con il radiologo interventista in maniera diretta acquisendo le immagini ed effettuando la flebografia attraverso l'utilizzo di un intensificatore di brillanza. Vi rimando ad un articolo piu dettagliato che uscirà a breve.


http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/06/insufficienza-venosa-e-sclerosi-multipla-provata-la-coesistenza/286280/

martedì 3 luglio 2012

IL CONSENSO INFORMATO

Il consenso informato: “strumento per comunicare o per difendersi?
Dovrebbe essere un momento qualificante nella relazione medico-paziente.
Invece viene spesso relegato a momento marginale, più simile
a un’incombenza burocratica che a un delicato punto di partenza della terapia.”




Il tema relativo al consenso informato è stato, ed è tuttora, oggetto di discussione, ciò nonostante da oltre quindici anni rappresenta un momento imprescindibile nella dinamica di svolgimento delle attività mediche. Il consenso informato pone le sue fondamenta sul diritto di autonomia di scelta del cittadino, relativamente ad un trattamento sanitario. Alla luce di ciò un elemento essenziale del progetto terapeutico è l’informazione. Il paziente ha il diritto di ricevere, dal proprio medico, le informazioni relative alla diagnosi, alla prognosi, alle prospettive terapeutiche e alle eventuali conseguenze delle scelte effettuate. Solo successivamente il cittadino/utente potrà, liberamente e autonomamente, prendere la propria decisione.

In questo modo l’espressione “Consenso Informato” sarà sinonimo di partecipazione, consapevolezza, informazione, libertà di scelta e di decisione delle persone ammalate.



FONTI GIURIDICHE DEL CONSENSO INFORMATO

Il termine attualmente in uso “consenso informato” non si ritrova nei codici penali o nei codici civili, né in normative speciali, ma è di derivazione americana essendo stato importato dagli Stati Uniti dove la dizione “informed consent” è stata usata per la prima volta in un processo celebrato in California.

In quell'occasione, il principio dell’autonomia decisionale del paziente è stato riaffermato come argine alla tendenza dei medici ad assumere in via diretta ed esclusiva le decisioni relative al trattamento del paziente.

La locuzione inglese, informazione e consenso, appare meno ambigua rispetto all’espressione in italiano di consenso informato.

Infatti “inform and consent” mette meglio in evidenza come, senza una corretta informazione che preceda il trattamento, non vi può essere vero consenso.

Quindi, nella struttura del consenso informato il ruolo del medico è quello di spiegare al paziente la sua condizione clinica e le varie possibilità di diagnosi o di terapia per consentirgli di valutare l’informazione ricevuta nel contesto della propria attitudine psicologica o morale e , quindi, di scegliere (o almeno di concorrere nella scelta) l’iter terapeutico che ritiene adatto ed accettabile.

Nel caso della prestazione medica, trattandosi di prestazione professionale che coinvolge direttamente beni della vita di rilevanza primaria in materie spesso di assoluta ignoranza da parte del paziente, il dovere di informare in modo completo quest’ultimo, appare quanto mai stringente.

È evidente che alcune prestazioni mediche per la loro ordinari età possano ritenersi conosciute dalla maggioranza dei possibili pazienti in quanto entrate a far parte della comune esperienza di ciascuno, vedasi, a titolo d’esempio, il prelievo di sangue, applicazione di un gesso, un’iniezione endovenosa.

Che tali prestazioni comportino, una minima lesione cutanea oppure una immobilizzazione della parte ingessata, è caratteristica che può ritenersi conosciuta o conoscibile da parte di ciascuno, salvo situazioni in cui il professionista avrebbe dovuto rendersi conto dell’assoluta mancanza di consapevolezza, da parte del paziente, delle più elementari nozioni medico-sanitarie ed avrebbe dovuto preoccuparsi di integrarne la conoscenza.

In ogni altro caso, il dovere d’informazione è di rilevanza fondamentale; infatti, la corretta informazione costituisce il presupposto per la valida prestazione del consenso al trattamento medico, ed assume il carattere di un dovere autonomo rispetto alla stessa colpa professionale, potendone addirittura prescindere.

Il professionista, prima di acquisire il consenso deve illustrare compiutamente al paziente la situazione, le possibilità di intervenire, i probabili effetti benefici che ne dovrebbero conseguire, i rischi che potrebbero derivarne; deve mettere il paziente nelle condizioni di effettuare, nel limite delle proprie possibilità, una valutazione, quanto più cosciente e completa, dei costi e dei benefici, e prestare di conseguenza il consenso all’effettuazione delle operazioni che la scelta comporta.



Per quanto attiene alle fonti normative, avendo già precisato che non esiste nell’ordinamento una disciplina specifica in materia, occorre fare riferimento ad una ricostruzione normativa effettuata dalla giurisprudenza delle corti in merito e , soprattutto a quella rinvenuta in una rilevante sentenza della Corte di Cassazione (Cass. Civ. Sez. III, 15-01-1997, n. 364) che si ritiene opportuno riportare negli stralci d’interesse.

L’attività medica trova fondamento e giustificazione non tanto nel consenso dell’avente diritto (art 51 c.p.), che incontrerebbe spesso l’ostacolo di cui all’art. 5 c.c., quanto sulla tutela di un bene, costituzionalmente garantito, quale il bene della salute.

Dall’autolegittimazione dell’attività medica, anche al di là dei limiti dell’art. 5 c.c., non può trarsi, tuttavia, la convinzione che il medico possa, di norma ed al di fuori di taluni casi eccezionali (allorché il paziente non sia in grado, di prestare un qualsiasi consenso o dissenso, ovvero più in generale, ove sussistano le condizioni di cui all’art. 54 c.p.), intervenire senza il consenso o malgrado il dissenso del paziente. La necessità del consenso – immune da vizi e, ove comporti atti di disposizione del proprio corpo, non contrario all’ordine pubblico ed al buon costume – si evince, in generale, dall’art. 13 cost., il quale sancisce l’inviolabilità della libertà personale – nel cui ambito deve ritenersi compresa la libertà di salvaguardare la propria salute e la propria integrità fisica -, escludendone ogni restrizione, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e con le modalità previste dalla legge per l’art. 32, secondo comma, cost., soprattutto, “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario, se non per disposizioni di legge”, la quale “non può, in ogni caso, violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”

La formazione del consenso presuppone una specifica informazione (si parla, in proposito di consenso informato), che non può che provenire dallo stesso sanitario cui è richiesta la prestazione professionale. L’obbligo di informazione da parte del sanitario assume rilievo nella fase precontrattuale, in cui si forma il consenso del paziente al trattamento od all’intervento, e trova fondamento nel dovere di comportarsi secondo una buona fede nello svolgimento delle trattative e nella formazione del contratto (art. 1337 c.c.; Cass. 26 marzo 1981, n. 1773; 12 maggio 1982, n. 3604; 25 novembre 1994, n.10014).

Il problema merita un approfondimento sotto duplice profilo.

Nell’ambito degli interventi chirurgici in particolare, il dovere di informazione, concerne la portata dell’intervento, le inevitabili difficoltà, gli effetti conseguibili e gli eventuali rischi, si da porre il paziente in condizioni di decidere sull’opportunità di procedervi o di ometterlo, attraverso il bilanciamento di vantaggi e rischi. L’obbligo si estende ai rischi prevedibili e non anche agli esiti anomali, al limite del fortuito, che non assumono rilievo secondo l’id quod plerumque accidit, non potendosi disconoscere che l’operatore sanitario deve contemperare l’esigenza di informazione con la necessità di evitare che il paziente, per una qualsiasi remotissima eventualità, eviti di sottoporsi anche ad un banale intervento. Assume rilevanza, in proposito, l’importanze degli interessi e dei beni in gioco, non potendosi consentire tuttavia, in forza di un mero calcolo statistico, che il paziente non venga edotto di rischi, anche ridottissimi, che incidano gravemente sulle sue condizioni fisiche o, addirittura, sul bene supremo della vita.

L’obbligo di informazione si estende , inoltre, ai rischi specifici rispetto a determinate scelte alternative, in modo che il paziente, con l’ausilio tecnico-scientifico del sanitario, possa determinarsi verso l’una o l’altra delle scelte possibili, attraverso una cosciente valutazione dei rischi relativi e dei corrispondenti vantaggi.

Sotto un altro profilo è noto che interventi particolarmente complessi, specie nel lavoro in equipe, ormai normale negli interventi chirurgici, presentino, nelle varie fasi, rischi specifici e distinti. Allorché tali fasi assumano una propria autonomia gestionale e diano luogo, esse stesse, a scelte operative diversificate, ognuna delle quali presenti rischi diversi, l’obbligo di informazione si estende anche alle singole fasi ed ai rispettivi rischi.

Applicando tali principi al caso concreto se è vero che la richiesta di uno specifico intervento chirurgico avanzata dal paziente può farne presumere il consenso a tutte le operazioni preparatorie e successive che vi sono connesse, ed in particolare al trattamento anestesiologico, allorché più siano le tecniche di esecuzione di quest’ultimo, e le stesse comportino rischi diversi, è dovere sanitario, cui pur spettano le scelte operative, informarlo dei rischi e dei vantaggi specifici ed operare la scelta anche in relazione alle decisioni del paziente.

Va precisato, infine, per completezza che il codice di Deontologia medica dedica numerosi articoli alla problematica del consenso informato; è evidente che il codice costituisce norma di condotta per il medico che ad esso deve attenersi per lo svolgimento dell’attività professionale ed assume rilevanza disciplinare ancorché non abbia valore cogente alla stregua di una norma di legge.

Articolo 30: Informazione al cittadino

Il medico deve fornire al paziente la più idonea informazione sulla diagnosi, sulla prognosi, sulle prospettive e le eventuali alternative diagnostico-terapeutiche e sulle prevedibili conseguenze delle scelte operate. Il medico nell'informarlo dovrà tenere conto delle sue capacità di comprensione, al fine di promuoverne la massima adesione alle proposte diagnostico-terapeutiche. Ogni ulteriore richiesta di informazione da parte del paziente deve essere soddisfatta. Il medico deve, altresì, soddisfare le richieste di informazione del cittadino in tema di prevenzione. Le informazioni riguardanti prognosi gravi o infauste o tali da poter procurare preoccupazione e sofferenza alla persona, devono essere fornite con prudenza, usando terminologie non traumatizzanti e senza escludere elementi di speranza. La documentata volontà della persona assistita di non essere informata o di delegare ad altro soggetto l'informazione deve essere rispettata.

Articolo 31: Informazione a Terzi

L’informazioni a Terzi è ammessa solo con il consenso esplicitamente espresso dal paziente. Il Medico deve raccogliere gli eventuali nominativi delle persone preliminarmente indicate dallo stesso a ricevere la comunicazione delle informazioni.

Articolo 32: Acquisizione del Consenso Informato

Il Medico non deve intraprendere attività diagnostica e/o terapeutica senza l’acquisizione del Consenso Informato del Paziente.

Il consenso deve essere espresso in forma scritta nei casi previsti dalla legge e nei casi in cui , per la pericolosità della prestazione diagnostica e/o terapeutiche o per le possibili conseguenze delle stesse sulle integrità fisica, si renda opportuna una manifestazione inequivoca della volontà della persona stessa.

In ogni caso, in presenza di un documentato rifiuto di persona capace di intendere e di volere, il Medico deve desistere dai conseguenti atti diagnostici e/o terapeutici, non essendo consentito alcun trattamento contro la volontà della persona, ove non ricorrano le condizioni di incapacità di esprimere la propria volontà in caso di grave pericolo di vita (art. 34).

Articolo 33: Consenso del legale rappresentante

Allorché si tratti di minore, di interdetto o di inabilitato, il Consenso agli interventi diagnostici e terapeutici, nonché al trattamento dei dati sensibili, deve essere espresso dal rappresentante legale.

In caso di opposizione da parte del rappresentante legale al trattamento necessario e indifferibile a favore dei minori o di incapaci, il Medico è tenuto ad informare l’autorità giudiziaria.

Articolo 34: Autonomia del cittadino

Il medico deve attenersi, nel rispetto della dignità, della libertà e dell’indipendenza professionale, alla volontà di curarsi, liberamente espressa dalla persona. Il medico, se il paziente non è in grado di esprimere la propria volontà in caso di grave pericolo di vita, non può non tenere conto di quanto detto precedentemente espresso dallo stesso, il medico ha l’obbligo di dare informazioni al minore e di tenere conto della sua volontà, compatibilmente con l’età e con la capacità di comprensione, fermo restando il rispetto dei diritti del legale rappresentante.



L’ ”ATTO MEDICO”

La definizione di “Atto medico” si può derivare dalla definizione stessa di “Medico” data dall’organizzazione Mondiale di Sanità.

L’ “Atto medico” è finalizzato alla tutela della salute del cittadino e della collettività, prendendosi cura dell’uomo prima ancora che esso sia concepito, sino a garantirgli una morte dignitosa.

La nostra costituzione si è preoccupata di tutelare lo stato di salute dei cittadini garantendo gli interventi medici necessari, anche attraverso norme di diritto, seppure l’atto medico non deve essere inteso e interpretato come un atto esclusivamente sociale, bensì anche un vero e proprio atto individuale del Medico verso il suo Paziente.

L’ “Atto medico” coinvolge e ingloba l’intera attività medica e come tale ha implicazioni deontologiche, etiche, sociali e medico-legali per lo stretto rapporto che si assume con la facoltà di compiere tali atti e con la responsabilità professionale.

Il consenso informato è l’espressione della volontà del Cittadino, fondante sull’autonomia dell’individuo che autorizza il Medico ad effettuare specifici trattamenti. Ecco perché la manifestazione della volontà deve essere esplicita e personale, la scelta di curarsi deve essere libera e, se veramente libera, può essere revocata.

La comunicazione tra Medico e Paziente è parte integrante dell’atto medico e la firma del modulo non è dunque un atto burocratico bensì il sigillo di un “alleanza terapeutica”.

Ecco perché bisogna rendere il linguaggio comprensibile, fornire un breve elenco dei rischi specifici e generali connessi, richiedere al Paziente se ha ben compreso e concludere con lui una sottoscrizione del Patto.

L’ “Atto medico” è quindi un atto d’amore perché deve contemperare il timore del trattamento, creare un clima di cooperazione e comprensione e soprattutto rassicurare attraverso l’informazione, il Paziente e i suoi cari.  



IL “CONSENSO INFORMATO” DALLA PARTE DEI CITTADINI

Il modello di medicina affermatosi con forza in questi ultimi anni impone un vero e proprio trasferimento di potere decisionale in materia di salute del medico verso il malato; gli anglosassoni definiscono questo processo empowerment del cittadino.

L’idea che è alla base di questo nuovo approccio è che le decisioni rispetto alla salute debbano essere prese, diversamente che in passato, in modo “ condiviso”, dal medico e dal malato.

Anche il buon senso ci insegna che una decisione realmente condivisa da due soggetti non può nascere in alcun modo da un semplice adempimento burocratico, proprio come accade quando un malato appone frettolosamente la sua firma in calce al modulo di consenso che un operatore gli sottopone un attimo prima di entrare in sala operatoria.

Al contrario una decisione è realmente condivisa se è frutto di un dialogo vero tra cittadino e operatore, con il tempo giusto, e se scaturisce da un rapporto di fiducia tra questi due soggetti; essa non può in ogni caso prescindere dal trasferimento di informazioni, tecniche e scientifiche, dal medico verso il malato, e dall’uso di un linguaggio semplice e comprensibile anche da chi non ha conoscenze mediche.

D’altro canto , la Carta europea dei diritti del malato, frutto di un lavoro congiunto del tribunale per i diritti del malato e quindici organizzazioni civiche europee, afferma che “ogni individuo ha il diritto di accedere a tutte le informazioni che lo possono mettere in grado di partecipare attivamente alle decisioni che riguardano la sua salute. Queste informazioni sono un prerequisito per ogni procedura e trattamento, ivi compresa la partecipazione alla ricerca scientifica”.

Sulla base di queste premesse, vanno fatte due considerazioni. La prima riguarda gli operatori, i quali oggi non possono fare a meno di considerare il dialogo con il malato come parte integrante dell’atto medico e dunque requisito di qualità della prestazione.

La seconda considerazione riguarda i cittadini, che oggi sono chiamati a diventare sempre più soggetti attivi nel rapporto con i medici, capaci di porre anche domande come queste: perché è necessario questo trattamento? Quali sono i benefici attesi e i rischi potenziali? Cosa mi capiterebbe e con quale probabilità se questa operazione non fosse eseguita? Esistono trattamenti alternativi? Il trattamento che mi propone è scientificamente fondato? Al mio posto lei si sarebbe sottoposto al medesimo trattamento?

La sfida sarà cogliere in tutto questo processo l’occasione per riappropriarsi della missione per la quale il sistema sanitario pubblico è nato.







Bibliografia: “Un Consenso davvero informato …il Consenso dalla parte del cittadino” ( a cura di: ASL BN 1 – Benevento; Università degli Studi di Bari; Tribunale per i Diritti del  Malato – Cittadinanzattiva)

lunedì 2 luglio 2012

NOMENCLATORE TARIFFARIO MINIMO NAZIONALE

Per chi è interessato pubblico il link relativo al nomenclatore tariffario minimo nazionale, argomento molto interessante soprattutto per i TSRM liberi professionisti. Invito tutti a leggerlo con attenzione, perchè è giusto che ogni tecnico conosca quali sono i suoi diritti e/o doveri.


http://www.tsrmtorinoaosta.org/SharedFiles/Download.aspx?pageid=17&mid=10&fileid=91

giovedì 28 giugno 2012

art. 9, cosa cambia per le Partite iva

Art. 9

(Altre prestazioni lavorative rese in regime di lavoro autonomo)

1. Al Capo I, Titolo VII, del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, dopo l’articolo 69 è aggiunto il seguente:

"Articolo 69-bis.

(Altre prestazioni lavorative rese in regime di lavoro autonomo)

1. Le prestazioni lavorative rese da persona titolare di posizione fiscale ai fini dell’imposta sul valore aggiunto sono considerate, salvo che sia fornita prova contraria da parte del committente, rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, qualora ricorrano almeno due dei seguenti presupposti:

a) che la collaborazione abbia una durata complessivamente superiore ad almeno sei mesi nell’arco dell’anno solare;

b) che il corrispettivo derivante da tale collaborazione, anche se fatturato a più soggetti riconducibili al medesimo centro d’imputazione di interessi, costituisca più del settantacinque per cento dei corrispettivi complessivamente percepiti dal collaboratore nell’arco dello stesso anno solare;

c) che il collaboratore disponga di una postazione di lavoro presso una delle sedi del committente.

2. La presunzione di cui al comma 1, che determina l’integrale applicazione della disciplina del presente Capo, ivi compresa la disposizione dell’articolo 69, comma 1, trova applicazione con riferimento ai rapporti instaurati successivamente all’entrata in vigore della presente disposizione. Per i rapporti in corso a tale data, al fine di consentire gli opportuni adeguamenti, le predette disposizioni si applicano decorsi dodici mesi dall’entrata in vigore della presente legge.

3. Quando la prestazione lavorativa di cui al comma 1 si configura come collaborazione coordinata e continuativa, gli oneri contributivi derivanti dall’obbligo di iscrizione alla gestione separata dell’Inps in forza dell’articolo 2, comma 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335, sono a carico per due terzi del committente e per un terzo del collaboratore, il quale, nel caso in cui la legge gli imponga l’assolvimento dei relativi obblighi di pagamento, avrà il relativo diritto di rivalsa nei confronti del committente.".


4. La disposizione di cui alla prima parte del primo periodo del comma 3 dell’articolo 61 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, si interpreta nel senso che l’esclusione dal campo di applicazione del Capo I del Titolo VII del medesimo decreto riguarda le sole collaborazioni coordinate e continuative il cui contenuto concreto sia riconducibile alle attività professionali intellettuali per l’esercizio delle quali è necessaria l’iscrizione in appositi albi professionali. In caso contrario, l’iscrizione del collaboratore ad albi professionali non è circostanza idonea di per sé a determinare l’esclusione dal campo di applicazione del presente Capo.

mercoledì 27 giugno 2012

Riforma del lavoro: dalle nuove norme sui licenziamenti ai contratti a tempo


Dalle nuove norme sui licenziamenti, che vengono resi un po’ più facili, ai contratti a tempo passando per le nuove forme di sostegno a reddito (Aspi) e per l’introduzione del salario base per i lavoratori subordinati: sono queste alcune delle novità principali del ddl di riforma del mercato del lavoro che oggi otterrà il via libera definitivo del Parlamento. Ecco le misure chiave.

Cambia l’articolo 18. Addio reintegro automatico in caso di licenziamento per motivi economici. Prevista in alcuni casi un’indennità risarcitoria. La procedura di conciliazione, obbligatoria in questo primo caso, non potrà più essere bloccata da una malattia “fittizia” del lavoratore. Uniche eccezioni saranno maternità o infortuni sul lavoro. Resta sempre nullo invece il licenziamento discriminatorio intimato, per esempio, per ragioni di credo politico, fede religiosa o attività sindacale. Nei casi dei licenziamenti disciplinari (giusta causa o giustificato motivo soggettivo) ci sarà minor discrezionalità del giudice nella scelta del reintegro, che sarà deciso solo sulla base dei casi previsti dai contratti collettivi e non più anche dalla legge.

Contratti a tempo. La durata del primo contratto a termine, che può essere stipulato senza che siano specificati i requisiti per i quali viene richiesto (la causale), sarà di un anno. Le pause obbligatorie fra uno e l’altro salgono dagli attuali 10 giorni per un contratto di meno di 6 mesi a 20 giorni e a 30 per uno di durata superiore. Il Parlamento ha reso più soft quanto previsto dal governo.

Apprendisti. Arrivano norme più stringenti, anche se il Senato ha allentato un pò i vincoli previsti dal ministro Fornero. Sarà infatti sempre possibile assumere un nuovo apprendista, ma i contratti in media dovranno durare almeno 6 mesi e cambia il rapporto con le maestranze qualificate.

Co.Co.Pro, da salario base a una tantum. Definizione più stringente del progetto con la limitazione a mansioni non meramente esecutive o ripetitive e aumento dell’aliquota contributiva di un punto l’anno fino a raggiungere nel 2018 il 33% previsto per il lavoro dipendente. Lo stipendio minimo dei co.co.co dovrà poi fare riferimento ai contratti nazionali di lavoro. Si rafforza l’attuale una tantum per i parasubordinati. Ad esempio, chi ha lavorato 6 mesi potrà avere oltre 6mila euro.

Partita Iva, stanare le false. La durata di collaborazione non deve superare otto mesi (6 nel ddl originario); il corrispettivo pagato non deve essere superiore dell’80% di quello di dipendenti e co.co.co (75% nel disegno di legge); il lavoratore non deve avere una postazione “fissa” in azienda: non si può avere una scrivania insomma ma il telefono sì. Le partite Iva che hanno un reddito annuo lordo di almeno 18mila euro sono considerate vere.

Aspi. La nuova assicurazione sociale per l’impiego parte nel 2013 e sostituirà a regime, nel 2017, l’indennità di mobilità e le varie indennità di disoccupazione. Ne potranno usufruire oltre i lavoratori dipendenti anche gli apprendisti e gli artisti. La contribuzione è estesa a tutti i lavoratori che rientrino nell’ambito di applicazione dell’indennità. L’aliquota sarà gravata di un ulteriore 1,4% per i lavoratori a termine. Sarà possibile trasformare l’indennità Aspi in liquidazione per poter così avere un capitale e avviare un’impresa. Il lavoratore che però rifiuta un impiego con una retribuzione superiore almeno del 20% rispetto all’indennità che percepisce perde il sussidio.

Job on call, basta un sms. Per attivare il lavoro a chiamata basta un sms alla Direzione provinciale del lavoro. In caso di mancato avviso l’azienda rischia da 400 a 2400 euro di multa. Il job on call sarà libero per under 25 e over 55.

Equità di genere. Norme di contrasto alle dimissioni in bianco e il rafforzamento fino a tre anni di età del bambino del regime di convalida delle dimissioni rese dalle lavoratrici madri (al momento è un anno). Viene introdotto il congedo di paternità obbligatorio ma solo per un giorno e due facoltativi, che però si sottraggono ai 20 settimane di congedo della mamma (se lei è d’accordo).

Voucher asili. Il buono baby-sitter per agevolare le lavoratrici nei primi mesi di nascita del figlio potrà essere utilizzato anche per pagare asili-nido pubblici o privati.

Immigrati. Sale da si mesi ad un anno la validità del permesso di soggiorno per il lavoratore extracomunitario che beneficia di interventi di ammortizzazione.

Bonus per produttività. Confermati con un emendamento del governo gli sgravi contributivi introdotti in via sperimentale per il triennio 2008-2010.

Voli e affitti. Riformare costa. Vengono ridotte le deduzioni sulle auto aziendali e quelle sulla tassa al servizio sanitario nazionale, che si applica sulle assicurazioni Rc auto. Tagliato dal 15 al 5% lo sconto forfait previsto per chi dichiara con l’Irpef i redditi derivanti da affitto (non tocca chi applica la cedolare). Aumentata di due euro la tassa di imbarco aereo.

Fonte: il fatto quotidiano

martedì 26 giugno 2012

Regime fiscale superminimi 2012

Con il nuovo regime dei Super Minimi introdotto dalla Nuova manovra Economica 2011 in vigore dal 6 luglio 2011 e che introdurrà dal primo gennaio 2012 il nuovo regime fiscale per lavoratori autonomi, imprese artigiani e liberi professioniti. Le disposizioni urgenti per la stabilizzazione economica 2011 anche detta Manovra economica 2012 – 2014 stanno introducendo una nuova agevolazioni fiscale per i soggetti sotto i 35 anni di età, che abbiano i requisiti per aderire al regime dei contribuenti minimi e siano in possesso di altri requisiti e che permetterà loro di avere una imposizione fiscale del 5% sul reddito imponibile. Potete comunque consultare le altre novità per i professionisti della Manovra Economica Estate 2011. Il presente articolo è aggiornato con i provvedimenti del 23 dicembre che vi invito a leggere come sempre.
La finalità del nuovo regime fiscale di vantaggio dell’imprenditoria giovanileLa finalità della norma è quella di favorire lo sviluppo della classe imprenditoriale cercando anche di soddisfare un bacino quale quello dei giovani che ha difficoltà a trovare un lavoro dipendente soprattutto a tempo indeterminato. Ma è altresì diretta alla costituzione di nuove imprese da parte di chi ha perso il lavoro e quindi anche chi si trova in cassa integrazione, chi è disoccupato e in condizioni similari, ossia non titolare di rapporti di lavoro subordinato.
Da quando entra in vigore
La norma dovrebbe entrare in vigore dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto sulla stabilizzazione economica 2011 in vigore dal 6 luglio 2011 e che si applica a partire dal primo gennaio 2012 anche se viene esplicitamente disciplinato che sarà demandato all’agenzia delle entrate di emenare i provvedimenti attuativi per il nuovo regime fiscale e le modalità di adesione, opzione ed esercizio.
Due Limiti NUOVI per aderireColoro che aderiranno dal 2012 avranno una durata massima del regime di cinque anni anche se over 35 anni ossia se hanno un’età maggiore di 35 anni (questo punto necessita di un ulteriore chiarimento da parte dell’agenzia delle entrate in quanto riscontro che le opinioni tra professionisti e lettori sono spesso discordanti perchè se da un lato la norma originaria tendeva ad agevolare tutte le nuove attività indipendentemente dall’età anagrafica, ora la nuova norma sembrerebbe indirizzata ai soli giovani di età inferiore ai 35 anni tagliando fuori gli over). Qualora invece abbiano meno di 35 anni ed aprano nel 2012 la partita iva allora potranno anche andare oltre il quinto anno e permanere nel regime fino al compimento del 35esimo anno di età, alemno così da quanto desumo dagli ultimi due provvedimenti dell’agenzia delle entrate del 22 dicembre che danno qualche chiarimento rispetto alla prima versione della norma che era stata oggetto di parere discordanti tra gli addetti ai lavori e anche tra i lettori. Sembrerebbe imminente tuttavia l’uscita di una circolare ad hoc dell’agenzia delle entrate sul nuovo regime dei minimi.
Anche gli over 35 anni di età potranno avere accesso al nuovo regime dei minimi avendo riguardo anche al rispetto dgli alri requisiti e tenendo a mente che se hanno già fruito del regime dei minimi potranno accedere al nuovo solo per la durata residua del quinquennnio. Facendo un esempio se hanno aperto la partita iva nel 2009 potranno stare nel nuovo regime solo per 3 anni.
Chi può aderire al regime fiscale agevolato dell’imprenditoria giovanileLa bozza di Decreto stabilisce che rientrano i soggetti che posseggono i requisiti previsti dai commi da 96 a 117 della Legge n. 244 del 2007 che altrò non è che il pacchetto di articoli che disciplina l’adesione al regime dei minimi altro regime fiscale agevolato di cui abbiamo avuto modo di parlare nel corso della guida all’apertura della partita Iva con il regime dei Minimi.
Requisiti in sintesi per accedere al regime dei minimi
In sintesi quindi i requisiti per accedere al regime dei minimi sono soggetti residneti fiscalmente in italia che non hanno percepito compensi ragguagliati all’anno superiori a 30 mila euro, che non effettuano cessioni all’esportazione, non hanno sostenuto speso per lavoratori dipendente o collaboratori e non hanno erogato somme di denaro sotto forma di utili da partecipazione, che nel triennio solare precedente non hanno sostenuto spese per beni strumentali superiori ai 15 mila euro (ragguagliate se ad uso promiscuo ossia prendete solo il 50%), che non si avvalgono di regimi speciali ai fini iva (ex editoria, agenzia viaggio, ecc), che non effettuano compravendita di immobili cessioni di fabbricati o porzioni o di terreni ex articolo 10 comma 8 del decreto Iva, che non sono soci di società di persone, associazioni o srl ovvero società a responsabilità limitata.
Saranno esclusi anche coloro che avranno esercitato nei tre anni precedenti l’apertura della partita Iva con il nuovo regime, attività profesisonale o artistica sia sotto forma di lavoro autonomo sia di impresa e quindi sotto forma di ditta individuale o altra società di persone e nè può esserne una prosecuzione, anche in forma associata o familiare e nemmeno in caso di precedente attività svolta tramite lavoro dipendente o professionale, eccezion fatta per il periodo di praticantato laddove previsto dalla nomrativa come obbligatorio. Queste limitazioni sinteticamente impongono di utilizzare questo regime solo all’inizio della vostra attività, in quanto successivamente non sarà possibile aderirvi. Il requisito della “prosecuzione dell’attività non precedentemente svolta…” [...] non opera laddove il contribuente dia prova di aver perso il lavoro o di essere in mobilità o di aver perso il lavoro per cause indipendenti dalla propria volontà.
I vecchi forfettoni o forfettini ossia coloro che aderivano al regime agevolato delle nuove iniziative imprenditoriali possono accedere ai nuovi minimi sempre che abbiano iniziato l’attività dopo il 31 dicembre 2007 e limitatamente “per i periodi di imposta residui al completamento del quinquennio ovvero non oltre il periodo di imposta di compimento del trentacinquesimo anno di età”. In sintesi si apre uno spartiacque tra i soggetti che avevano accesso al regime delle nuove iniziative imprenditoriali ex art 13 della Legge 388 del 2000 che possono si accedere al regime dei nuovi minimi ma sempre ma a patto che abbiano iniziato l’attività dopo il primo gennaio 2008 e per la durata residua del quinquennio ossia se supponiamo avete intrapreso l’attività nel 2008 aderendo al regime delle nuove iniziative imprenditoriali al 31 dicembre 2011 vi siete già giocati 4 anni di agevolazione e potrete fruire della nuova solo per un altro anno. Si potrebbe obiettare che anche queste potrebbero verificare poi se hanno o meno compiuto 35 anni di età prevedendo nel caso la possibilità di continuare fino al 35esimo anno di età laddove abbiano un’età inferiore come avverrebbe per i “cugini” aderenti agli ex minimi.
Dal chiarimento pertanto auspicato da molti sembrerebbe che anche le nuove inziaitive imprenditoriali che hanno ormai compiuto 35 anni possono accedere al nuovo regime dei minimi ma non oltre il decorso dei cinque anni. Resta fermo il vincolo triennale conseguente all’opzione per il regime ordinario. Vi sembrerà strano ma anche questo “ovvero” potrebbe destare qualche perplessità nei lettori in merito alla sua applicazione in quanto se è da intendersi rispetto all’alternatività dei requisiti altrimenti avrebbero scritto “e comunque non oltre il compimento del 35esimo anno di età“. Stupisce tuttavia che nonostante il bisogno di chiarezza vi sia ancora incertezza sull’applicazione del requisito per i vecchi regimi forfettari di imposta e per gli over 35. Sarebbe auspicabile un chiarimento o una circolare chiara con le fattispecie tipiche descritte dai lettori rispetto all’età anagrafica che tglierebbe fuori tanti nuovi contribuenti che intendono aprire la partita iva e semprechè soddisfino anche gli altri requisiti come quello della novità.
Possono aderire i soggetti che iniziano l’attività a partire dal primo gennaio 2012 ossia che aprono le partite Iva da quel giorno (a tal proposito vi dico che non vale chiudere la partita Iva e riaprirne un’altra perchè è molto probabile che vi fanno un accertamento fiscale anche perchè è semplice da rintracciare il soggetto che chiude una partita Iva e ne apre un’altra utilizzando o lo stesso codice atecofin o anche un altro facendo presupporre che di punto in bianco cambia attività, cosa di per sè sospetta).
Possono aderire anche coloro che avevano già avviato un’attività libero professionale o per esempio di impresa al primo gennaio 2008.
Quanto risparmio con il nuovo regime fiscale agevolato
La tassazione che con il regime dei minimi sarebbe fissa e sotto forma di imposta sostitutiva scende dal 20% al solo 5%.
Bisogna ammetere che questa è una misura veramente agevolativa e di incentivo all’imprenditoria giovanile almeno per quello che concerne l’impatto e l’ostacolo fiscale, inteso com imposizione fiscale iniziale, che potrebbe scoraggiare attualmente un imprenditore 2011 rispetto ad un altro che voglia intraprendere una nuova attività nel 2012.
Verò è per che nella fase di start up, solitamente chi fa impresa sostiene costi appunto di start up, per l’acquisto di dotazioni iniziali di macchinari, impianti, sistemi, che nel primo esercizio solitamente caricano di costi il reddito imponibile abbasssando già di molto le imposte.
Nessuna ritenuta d’acconto in fattura
Non si applica la ritenuta d’acconto ma coloro che aderisocno al nuovo regime rilasciano una dichiarazione dalla quale risulti che il reddito cui le somme afferiscono sono soggette ad imposta sostitutiva inserendo anche il rifeirmento nromativo ossia il DL 98 del 2011. Occhio perà a non spendervi più del dovuto perchè in banca avrete il lordo ossia il 100% del percepito su cui poi dovrete pagare (le poche beati voi) tasse.
Quanto dura o ha una scadenza il nuovo regime fiscale per l’imprenditoria giovanile?La durata del regime è di cinque anni dall’apertura della partita se aprono l’attività nel 2012 e vale sia per chi ha meno di 35 anni sia per chi li ha già compiuti anche se in questa seconda fattispecie sarebbe necessaria una circolare dell’agenzia delle entrate che definitivametne chiarisca se gli over 35 possono acedere o no: ciò che differenzia gli under 35 dagli over 35 è che mentre i più grandi che aprono oggi una’attività (sempre nel rispetto anche degli altri requisiti), potrà fruire della tassazione agevolata al 5% solo per cinque anni, mentre per coloro più “giovani” potranno andare anche oltre il quinto anno ma non fino al compimento del 35esimo anno di età. Questa potrebbe essere una soluzione ragionevole per non penalizzare i contribuenti che hanno già compiuto 35 anni ma che si trovano a dover aprire la partita iva.
Quando inizia il nuovo sistema fiscale di vantaggio dell’imprenditoria giovanileLa data di inizio è fissata per il primo gennaio 2012 il che vorrà dire che a partire da tale date l’apertura delle partite Iva potrà fruire di questo nuovo regime fiscale agevolato. La fuoriuscita dal regime in questo caso sembra scattare solo ed esclusivamente dall’anno successivo, ergo dalla lettura del testo non sarebbe contemplato come per il regime dei minimi il caso del superamento del limite del 50% + 1 dei ricavi che farenbbe scattare l’obbligo di aderire al reigme ordinario da subito.
Fate sempre riferimento al testo normativo e ai chiarimenti del 22 dicembre 2011 in cui trovate alcune risposte ai quesiti che anche qui avete postato oltre agli altri articoli correlati.